LA VERITA' SULLA TOMBA DI PIETRO. - Avvenire 26/10/2008

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LA VERITA' SULLA TOMBA DI PIETRO. - Avvenire 26/10/2008

Messaggioda Leonardo » lun ott 27, 2008 4:57 pm

La verità sulla tomba di san Pietro. «Segreto custodito per 2000 anni.
Apposta per noi?»
di Margherita Guarducci


Che cosa dice da secoli la Tradizione della Chiesa? Dice che Pietro, il pescatore di Galilea, quello che Cristo stesso considerava protos, il primo dei suoi discepoli, il principe degli apostoli fino ad allora, venne a Roma a predicare la buona novella; che a Roma morì martire sotto Nerone nel 64 nel Circo Vaticano, fu sepolto a breve distanza dal luogo del suo martirio, e sulla sua Tomba, all'inizio del IV sec., l'Imperatore Costantino fece costruire la grande basilica vaticana

Questa tradizione secolare della Chiesa cominciò, a un certo momento, a suscitare dissensi da parte degli avversari della Chiesa, e i dissensi giunsero al punto che qualcuno si credette in obbligo di dire, contro ogni verità storica, che Pietro non era mai venuto a Roma, tanto per poter negare la presenza della tomba di Pietro in Vaticano; che è di suprema importanza, in quanto dire tomba di san Pietro a Roma, in Vaticano, significa in un certo senso dire primato della Chiesa di Roma.
Bisognò arrivare a Pio XII, uomo di altissimo ingegno, di grande cultura, di grandissima umanità e dotato di uno spirito veramente lungimirante. Appena eletto Papa, nel 1939, volle aprire alla scienza i sotterranei della basilica vaticana e cercare una risposta alla secolare domanda. Gli scavi cominciarono e durarono fino al 1949. Furono scavi anormali, in cui molto si distrusse e furono commesse cose quasi inaudite.
Trovarono una necropoli, un antico e vasto cimitero, che andava da est a ovest ed era parallelo al Circo di Nerone, quello stesso circo in cui Pietro aveva subìto il martirio. Questa vasta necropoli era stata riempita di terra. Perché Costantino, o chi per lui (il papa Silvestro fu il grande consigliere di Costantino), voleva fare il piano su cui la prima basilica in onore di Pietro doveva essere fondata.
Cosa si trovò sotto l’altare papale? Una successione di monumenti e di altari: uno sotto l’altro, uno dentro l’altro. Ciò significava che quel luogo, il luogo della confessione, era stato da tempo, da secoli oggetto del culto di Pietro. Sotto l’altare papale, che è l’altare attuale, di Clemente VIII (1594), se ne trovò un altro precedente, di Callisto II (1123); dentro l’altare di Callisto II si trovò l’altare di Gregorio Magno (590-604); l’altare di Gregorio Magno, a sua volta, poggiava sopra il monumento che Costantino ancora prima di costruire la basilica, aveva fatto erigere sul luogo della tomba di Pietro, e questo monumento costantiniano può essere datato fra il 321 e il 326. Questo monumento di Costantino comprendeva un monumento più antico, che risaliva al II secolo, il primo monumento di Pietro.
Poi che cosa fu incluso? Ci fu incluso una parte di un piccolo edificio che si trovava addossato a un certo muro rosso che faceva da sfondo al primo monumento di Pietro. In questo piccolo edificio, c’era un muro coperto di graffiti, di antiche iscrizioni (naturalmente anteriori al monumento di Costantino, perché furono incluse dentro il monumento di Costantino), coperte di epigrafi che indicavano col loro affollamento l’immensa devozione dei fedeli. Poi, oltre questo, si vide che il primo monumento di san Pietro aveva nel pavimento un chiusino, il quale indicava la presenza di un’antica tomba in terra, sulla quale tutti questi monumenti si erano sovrapposti.
Sotto questo chiusino, purtroppo, non c’era nulla. Si trovò la terra sconvolta e vuota.
Questo era lo stato delle cose quando si chiusero gli scavi del 1940-49. Pio XII nel radiomessaggio del Natale 1950 dette notizia al mondo degli avvenuti scavi e disse che la tomba di Pietro era stata ritrovata.
Cominciai a occuparmi degli scavi di San Pietro, a scavi terminati e a relazione già pubblicata, nel 1952.
Uno degli scavatori aveva pubblicato, seppure inesattamente, un certo graffito che sarebbe stato trovato proprio sul luogo dove c’era il muro coperto di graffiti del quale ho parlato.
Avevo già avuto occasione di conoscere un certo graffito, dove avevo intuito la lettura Petrus eni ( eni nel senso di enesti:
'Pietro è dentro').
Fu allora che chiesi a Pio XII di visitare gli scavi, ma nessuno poteva accedervi. Pio XII mi concesse il permesso. Allora cominciai a cercare il graffito, questo Petrus eni, e non c’era, perché uno degli scavatori l’aveva portato a casa sua.
Entrata nel 1952, ho lavorato fino al 1965, sono stati anni di intensissimo lavoro. Cominciai a studiare il muro dei graffiti, che era stato incluso nel monumento costantiniano. Ora, questo muro era una selva selvaggia, e io disperavo veramente di levarne le gambe – come si suol dire – però, con pazienza, mi misi e cercai di decifrare. Durò mesi la mia decifrazione, fu una delle decifrazioni più difficili che mi occorse di fare. Poi, a un certo momento, afferrai il bandolo della matassa e riuscii a capire. Lì si era usata una crittografia mistica, cioè si giocava, in un certo senso, sulle lettere dell’alfabeto. Lì c’era a esuberanza il nome di Pietro, espresso con le lettere P, PE, PET, e unito di solito col nome di Cristo, col simbolo di Cristo, con la sigla di Cristo e col nome di Maria, e soprattutto dominavano, su questo muro, le acclamazioni alla vittoria di Cristo, Pietro e Maria. Poi c’era il ricordo della Trinità, il ricordo di Cristo seconda persona della Trinità, e via di seguito.
Insomma, tutta la teologia del tempo era lì, squadernata su questo muro.
Poi fu la volta delle ossa di Pietro. In un primo momento ero lontana mille miglia dall’idea che avrei potuto un giorno mettere le mani sulle ossa di Pietro. Però, mentre ancora stavo decifrando i graffiti (ancora nel 1953), cominciai ad avere in mano le ossa di Pietro. Le ossa di Pietro stavano nella tomba in terra sotto il chiusino, come la tradizione della Chiesa aveva sempre dichiarato. Poi, quando Costantino volle fare il monumento in onore dell’Apostolo, le ossa furono prelevate dalla terra e ravvolte in un prezioso drappo di porpora e d’oro e deposte in questo loculo, e poi questo loculo chiuso per sempre.
Era avvenuto che, durante gli scavi, gli scavatori, volendo indagare in questo luogo che la tradizione indicava come il luogo della sepoltura di Pietro, andavano un po’ per le spicce. A colpi di cartoccia (la cartoccia è quello strumento per piantare i pali nel terreno duro) sfondarono l’altare di Callisto II per arrivare il più presto possibile al luogo stesso. E che cosa avvenne? Sotto i forti colpi della cartoccia cadde, dall’interno del muro, una quantità di calcinacci, dall’interno e dall’esterno, voglio dire dall’antico muro coperto di intonaco rosso, e tutti si riversarono in questo loculo, sopra le disgraziate ossa che erano state deposte da Costantino nel loculo del monumento. Così si presentò come un ammasso di detriti, non si riconobbero le ossa.
In quel momento era capo della Fabbrica di San Pietro un uomo intelligente, molto pio, molto sensibile al non lasciare allo scoperto le ossa di chiunque, cristiani o pagani che fossero.
Monsignor Cas (uomo di fiducia di Pio XII) notò che fra questi detriti del loculo c’erano delle ossa. Fece buttar via i detriti, raccogliere le ossa dentro una cassetta e la mise in un ripostiglio delle grotte vaticane, dove rimasero ignorate per dieci anni.
C’erano delle ossa con fili d’oro e pezzetti minuscoli di tessuto color porpora.
Un antropologo di mia fiducia, il professor Correnti, prese in esame il gruppo di ossa della cassetta, e mi disse: «Mah, è una cosa strana, perché gli altri gruppi che mi hanno fatto esaminare erano tutti di diversi individui, questo è di uno solo». Domandai: «Di che sesso?». Disse: «Maschile». «Età?». «Senile». «Corporatura?». «Robusta».
Nel ’64 gli esami erano compiuti. Nel ’65 uscì il mio libro Le reliquie di san Pietro sotto la confessione della basilica vaticana,
e lì cominciò a scatenarsi la tempesta, perché alcuni, anzi molti, erano felici del risultato; altri no. Dopo la mia messa a punto che uscì nel ’67, Paolo VI si trovò obbligato ad annunciare che le ossa di Pietro erano state ritrovate.
Noi sappiamo che Cristo fondò la sua Chiesa sulla roccia di Pietro e le promise la vittoria sulle forze del male. Ora, mi sembra che non sia un puro caso che le ossa del principe degli apostoli, di Pietro, si siano – per miracolosa eccezione – conservate e che siano, per l’appunto, dentro la basilica vaticana, cioè al centro di quella chiesa che – per definizione – è universale. Loro sanno che catholicos vuol dire, in greco, universale.-

P.S.:Sotto il sito della tomba di Pietro l'iscrizione "Petros eni" (Pietro é qui).-


«Scoperta certa. Ma con molti nemici ideologici»
di Federico Zeri

Quando venne l’annuncio del ritrovamento del loculo e delle ossa, mi convinsi che erano proprio quelle che all’età di Costantino venivano considerate le ossa di san Pietro. Erano avvolte in un tessuto di porpora tinta con la conchiglia della costa siriana, l’odierna costa libanese, e intessuto di fili d’oro.
Un tessuto del genere era riservato soltanto all’autorità massima dell’impero, all’Augusto. Solo lui aveva questo attributo della porpora e dell’oro. Non esiste assolutamente altra possibilità.
Altari come 'matrioske' Radiomessaggio rivoluzionario. A colpi di cartoccia.
Durò mesi la mia decifrazione, fu una delle decifrazioni più difficili che mi occorse di fare. Poi, a un certo momento, afferrai il bandolo della matassa e riuscii a capire.
Lì si era usata una crittografia mistica, cioè si giocava, in un certo senso, sulle lettere dell’alfabeto. Lì c’era a esuberanza il nome di Pietro, espresso con le lettere P, PE, PET, e unito di solito col nome di Cristo, col simbolo di Cristo, con la sigla di Cristo e col nome di Maria. Non per «puro caso».


Ma alla questione della tomba di San Pietro mi sono interessato fin dall’inizio. Avevo una ventina di anni quando mi fu riferito dagli inizi di quegli scavi. Non mi fu possibile accedervi, ma poi, man mano che si susseguivano le pubblicazioni, le ho sempre lette e meditate. Non appena intervenne nella questione la professoressa Guarducci rimasi profondamente convinto delle sue idee. Pur non essendo un epigrafista (anche se raccolgo epigrafi antiche), fui molto impressionato dalla sua interpretazione dei graffiti, a mio avviso non solo plausibile ma fondata, ma anche dalla sua ricostruzione di tutto l’insieme; anzi mi convinsi sempre di più – e questo poi lo seppi anche a voce da altre persone – che gli scavi eseguiti erano stati condotti in modo piuttosto dilettantesco e del tutto privo di metodo scientifico. Tanto è vero che molti oggetti ritrovati durante quegli scavi furono salvati solo per iniziativa del tutto individuale. Mi è stato perfino riferito che molti di questi reperti erano stati messi in alcune scatole da scarpe e portati in un deposito nei pressi del Raccordo anulare di Roma. Comunque mi resi conto che una questione delicatissima e estremamente complessa come quella della tomba di san Pietro era stata affrontata con metodi ammissibili duecento anni fa e non certo alla metà del secolo ventesimo.
Quando alla fine venne l’annuncio del ritrovamento del loculo e delle ossa, mi convinsi che erano proprio quelle che all’età di Costantino venivano considerate le ossa di san Pietro. Lo dimostrava il fatto che erano avvolte in un tessuto di porpora tinta con la conchiglia della costa siriana, l’odierna costa libanese, e intessuto di fili d’oro. Un tessuto del genere era riservato soltanto all’autorità massima dell’impero, cioè all’imperatore, all’Augusto. Solo lui aveva questo attributo della porpora e dell’oro. Non esiste assolutamente altra possibilità.
L’imperatore stesso doveva averle fatte avvolgere in quel tessuto preziosissimo, simbolo della sua autorità e anche del suo volere. Porpora e oro, soprattutto in epoca costantiniana, sono l’emblema astratto della somma autorità in quello Stato universale che era l’impero romano.
Avevo poi fatto un altro ragionamento che collimava con le scoperte della professoressa Guarducci e riguardava la particolare posizione di Costantino rispetto a Roma, città in grandissima parte ancora pagana. I cristiani che nel terzo secolo avevano avuto la possibilità di moltiplicarsi entro le mura della grande metropoli e di vivere dei momenti felici, erano stati poi profondamente malvisti. Addirittura divennero il capro espiatorio della grande ricostruzione dell’impero iniziata prima con Aureliano, proseguita da Diocleziano e Massimiano e perfezionata infine da Costantino.
Durante il momento dioclezianeo e della Tetrarchia, i cristiani avevano subito una terribile persecuzione, odiati dalla massa pagana della città. Erano tutt’altro che la maggioranza, e la loro presenza, dopo l’editto di Costantino a Milano era appunto appena tollerata. Né si può dire che in un primo momento essi fossero in grado di aumentare il loro potere o il loro numero. Intorno al 322-323 Costantino iniziò la costruzione dei grandi edifici sacri dedicati alla religione cristiana. È sintomatico che tutti questi edifici non siano stati edificati dentro la cinta muraria della città, nonostante il suo enorme potere. E Costantino era veramente un monarca dal potere assoluto; un uomo di estrema durezza, violento contro chi si opponeva ai suoi desideri e ai suoi comandi.
Nonostante la sua grande autorità, non ebbe il potere di far costruire delle chiese cristiane all’interno della città. Ma fra queste ce n’era soprattutto una importantissima dedicata all’apostolo Pietro. Mi è parso sempre straordinario che per costruire sulla tomba di Pietro questa basilica dalle enormi proporzioni, con ben cinque navate, con una grandiosità pari soltanto a quella del Santo Sepolcro di Gerusalemme, Costantino avesse sacrificato addirittura un edificio molto importante della Roma pagana e cioè il Circo di Caligola al Vaticano. Dovette addirittura far interrare una grande necropoli dove c’erano tombe di importanti famiglie romane. A far decidere all’imperatore un gesto così importante e malvisto dalla maggioranza pagana doveva essere un motivo altrettanto importante: lì sotto ci doveva essere qualcosa di straordinario. Né è da credere che di fronte alle maligne critiche dei pagani, che nei primi secoli ostacolarono e criticarono in tutti i modi la religione cristiana, Costantino non si fosse reso conto che la Basilica andava edificata sopra qualcosa di concreto. Secondo me, che lì ci fosse la tomba con le ossa di san Pietro era qualcosa di ben noto e di non contestabile in tutta la Roma pagana. Altrimenti avremmo sicuramente delle notizie che testimonierebbero l’avversione dei pagani per la demolizione del Circo di Caligola, dove Nerone aveva martirizzato i cristiani. Che lì ci fosse questa importantissima e fondamentale testimonianza del primo secolo del cristianesimo non c’è quindi alcun dubbio.

Non solo. Ma è interessante notare che questa tomba cristiana doveva essere situata in un contesto particolare: da una parte c’erano le tombe delle famiglie pagane di cui sono stati ritrovati degli avanzi importantissimi e in qualche caso molto rilevanti dal punto di vista storico-artistico: sarcofagi, affreschi, stucchi. Dall’altra confinava verso il colle con una zona in cui erano presenti anche altri culti di redenzione o culti orientali. C’era innanzitutto un grande santuario della Magna Mater, di Atys, i cui avanzi sono stati ripetutamente trovati non molti anni fa sotto il pavimento dell’attuale piazza San Pietro, in Vaticano. Poi ci dovevano essere anche delle zone dedicate a un altro dio della redenzione, Mitra. Però il luogo cristiano privilegiato, era proprio quello dove Costantino aveva edificato la Basilica.
Molte delle critiche mosse alle scoperte della Guarducci non si basano tanto sui dati di fatto quanto su una sorta di pregiudizio ideologico: in sostanza, non si dovevano trovare le ossa di san Pietro, né bisognava dire che quella era la tomba di san Pietro.
Sono cose piuttosto frequenti. Soprattutto quando l’argomento tratta il primato di Roma e del cattolicesimo nei confronti del protestantesimo. Tutte queste critiche non sono serie, cioè non sono basate sulla lettura dei fatti concreti e su ciò che realmente è stato scoperto, ma sono mosse da una sorta di negazione a priori.
a c’è anche un altro fatto che mi sembra importante sottolineare.
Quando anche oggi si parla di reliquie, immediatamente si pensa alla reliquia come veniva considerata durante i secoli oscuri del Medioevo. Un’accezione durata a lungo nelle religioni popolari. È molto facile criticare il modo di considerare le reliquie nel Medioevo. Il positivismo lo considera una specie di turlupinatura inventata dai preti per soggiogare le masse. È noto il detto :«Se tutti i chiodi e i legni della croce venissero uniti insieme, si potrebbero fare le rotaie e le traversine della Transiberiana per centinaia di chilometri». Sì, questo è vero. Però la reliquia medioevale era vista con una mentalità del tutto diversa da quella che è la nostra. È verissimo che nel Medioevo c’erano centinaia di chiodi. Ma c’era anche una forma mentis per cui ogni chiodo con una certa forma rifletteva la sacralità del prototipo. Come nella questione delle icone. Per la Chiesa ortodossa l’immagine sacra non è soltanto una rappresentazione qualsiasi del sacro, ma possiede qualcosa che le deriva dalla sacralità del modello. Il Medioevo non possedeva il concetto di 'copia' e di 'originale'. Il fatto stesso che ci fosse per esempio una testa del Battista, presupponeva che anche le altre teste, chiamate del Battista, possedessero la stessa sacralità di quella vera. Anche per questo il Medioevo è qualcosa di difficile da capire. Tanti concetti di quei secoli risultano per noi incomprensibili. Ad esempio sono rimasto sorpreso quando ho letto che alcuni monumenti erano stati copiati, nel Medioevo, da altri. Mi dicevo: ma cosa hanno copiato?
Sono completamente diversi tra loro. Poi mi sono accorto che per il Medioevo il concetto di 'copiare' non riguarda tanto la forma, l’alzato dell’edificio, quanto le dimensioni della pianta. Se si considerano le cosiddette copie del Santo Sepolcro, ci si accorge che sono differenti, nell’alzato, l’una dall’altra. Ma quando si misura la base, la fondazione, c’è una corrispondenza quasi al centimetro.
Per quello che riguarda san Pietro, è facile sghignazzare sul fatto che i cattolici si siano fissati nel cercare sia la tomba che le ossa.
Facilissimo. È una forma mentale caratteristica del secolo XIX, di certi aspetti estremi del positivismo che ignora completamente quello che è stato il periodo in cui si è formata l’Europa. Cioè dall’epoca costantiniana fino a circa il 1200-1300; soprattutto l’epoca costantiniana è il momento più importante in cui sono state gettate le basi dell’Europa moderna. Vi chiederete: «Tu sei storico dell’arte e studi i quadri del Rinascimento; che te ne importa a te delle ossa di san Pietro?». Io credo invece che il periodo che va dalla grande crisi del terzo secolo dell’impero romano, dopo la morte di Severo Alessandro, intorno al 235, fino alla dedica della nuova capitale, Costantinopoli, sia di estrema importanza per capire quello che avviene oggi. Intanto nasce la Chiesa istituzionalizzata di Roma, il Papato. Maturano fatti fondamentali per la storia moderna. Una quantità di nostri modi di ragionare, di capire, sono nati proprio in quegli anni. Questa la ragione per cui mi sono interessato alla vicenda della tomba di Pietro.
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Re: LA VERITA' SULLA TOMBA DI PIETRO. - Avvenire 26/10/2008

Messaggioda Leonardo » lun ott 27, 2008 5:07 pm

LA SEPOLTURA DI PIETRO - Avvenire 26/10/2008

La storia di uno dei ritrovamenti più importanti della storia dell’archeologia cristiana, quella della sepoltura dell’Apostolo a cui Cristo diede le chiavi della Chiesa. Qui pubblichiamo un dialogo inedito fra lo storico dell’arte Federico Zeri e l’epigrafista Margherita Guarducci, svoltosi al Centro Culturale di Milano nel novembre del 1994.

L’ARCHEOLOGA -Margherita Guarducci
Nata a Firenze nel 1902, Margherita Guarducci si era laureata all’Università di Bologna nel 1924 e aveva seguito corsi di perfezionamento a Roma, a Atene e in Germania. Studiosa di epigrafia e di antichità greche, di questa cattedra rimase titolare all’Università di Roma ' La Sapienza', dal 1942 al 1972. Socia dell’Accademia dei Lincei, aveva anche diretto per diversi anni la Scuola Nazionale di Archeologia presso l’Ateneo Romano. La sua attività scientifica enorme si concretizzò in circa 400 pubblicazioni in Italia e all’estero, tra cui i quattro volumi di Inscriptiones creticae ( 1955), che raccolgono i risultati di lunghe ricerche nell’isola di Creta, e i quattro volumi dell’Epigrafia greca ( pubblicati dal 1967 al 1978). Ma più che a tutto, si appassionò e dedicò gran parte della sua esistenza allo studio della tomba di San Pietro in Vaticano.
Morì a Roma nel 1999.


LO STORICO DELL’ARTE -Federico Zeri
Nato nel 1921 e morto dieci anni fa, nell’ottobre del 1998, Federico Zeri è stato uno dei massimi storici e critici italiani dell’arte.
Allievo di Pietro Toesca e di Roberto Longhi, fu filologo e profondo conoscitore del Quattrocento e Cinquecento italiani.
Particolarmente sensibile alle problematiche legate alla tutela del patrimonio artistico del Paese, s’impegnò contro il degrado dei beni culturali, distinguendosi per il suo spirito polemico e mordace. Oltre a numerosi saggi apparsi sulle più prestigiose riviste di storia dell’arte, ha pubblicato, tra gli altri, Pittura e controriforma ( 1957), La percezione visiva dell’Italia e degli italiani ( 1989) e svariati cataloghi d’arte, tra i quali quelli dedicati ai dipinti italiani del Metropolitan Museum di New York e della Walters Art Gallery di Baltimora.


LA SCOPERTA
Per molti secoli, praticamente fino all’inizio del secolo XX, nessun Papa ordinò una ispezione archeologica della tomba di San Pietro. Fu Pio XII che, pochi mesi dopo la sua elezione a Pontefice, volle iniziare gli scavi sotto il pavimento della Basilica Vaticana e specialmente sotto l’altare della Confessione dove, secondo l’ininterrotta tradizione, si sarebbe dovuta trovare la tomba dell’Apostolo. Questi scavi, diretti da monsignor Ludovico Kaas, coadiuvato dagli archeologi Enrico Josi, padre Antonio Ferrua e padre Engelbert Kirschbaum e dall’architetto Bruno Maria Apollonj Ghetti, durarono circa un decennio (dal 1941 al 1950) e portarono dapprima alla scoperta, sotto la Basilica Vaticana, di una vasta necropoli di epoca precristiana, orientata da ovest ad est, indi il luogo della sepoltura, proprio sotto l’altare papale, o della Confessione. Fu però l’entrata in scena di Margherita Guarducci, nel 1952, che permise di mettere insieme le tessere del mosaico, identificando con certezza il luogo della sepoltura e con grandissima probabilità le stesse ossa del primo degli Apostoli.
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